Comunicare conta…anche se si tratta “solo” di beneficenza! #icebucketchallenge

E’ stato il fenomeno di questa estate ed una delle iniziative più riuscite a livello virale degli ultimi tempi. Sì, sto parlando del tanto discusso #icebucketchallenge, di cui abbiamo approfondito alcuni aspetti con un post nei giorni scorsi sulle dinamiche del fenomeno.

Sono emerse molte posizioni a riguardo, in una contrapposizione tra favorevoli, critici, contrari, critici verso chi critica, anti-letizzetiani e chi più ne ha più ne metta. Personalmente se un’iniziativa virale è fatta al fine di raccogliere fondi e sensibilizzare su un problema ed una malattia grave di cui si sa ancora troppo poco come la Sla, sono assolutamente favorevole. E pazienza se ci si ritrova la bacheca di facebook intasata di video: c’è di peggio nella vita!! Decisamente!

Penso che la comunicazione in questo fenomeno abbia avuto un ruolo decisivo. Chissà quante altre iniziative lodevoli esistono, ma comunicate non nel modo corretto o senza un meccanismo così virale e quindi che non sono riuscite ad emergere!

Vorrei riportare alcune posizioni a mio avviso interessanti sull’argomento che possono aprire nuovi fronti di dibattito.

A partire dalla dichiarazione di Luca Dini, direttore di Vanity Fair, impegnato sostenitore dell’iniziativa, riportata in questo articolo tratto da Ilpost.it (che riporto di seguito) che non è andato per il sottile contro chi ha criticato  l’iniziativa senza approfondire.

Mi spiace dire che il mio Paese mi fa orrore. Però sì, a volte mi fa orrore, e stavolta mi fa orrore.

Perché altrove c’è chi ha obiettato nel merito: ha senso dare così tanto per la Sla, e non distribuire su altre cause parte delle donazioni? E questa è un’obiezione ragionevole.

Ma da noi, il problema non è quello. No, il problema è quanto ha dato Luciana Littizzetto, e «che tirchia, solo 100 euro». Detto soprattutto da persone che non hanno mai fatto volontariato in vita loro, che non hanno mai fatto niente per nessuno in vita loro.

A voi predicatori improvvisati chiedo: se avete un reddito di 10 volte inferiore a quello di Luciana Littizzetto, avete versato i vostri 10 euro? Se avete un reddito di 100 volte inferiore a quello di Luciana Littizzetto, avete versato il vostro 1 euro? Perché non vi sfuggirà, forse, che se tutti voi donaste in proporzione con la stessa generosità di Luciana Littizzetto, nelle casse dell’Aisla entrerebbero parecchi milioni di euro.

Sarebbe bello se succedesse. Non succederà, purtroppo. Perché molti di voi si limiteranno a criticarla.

Dedicato a tutti quelli che mi hanno fatto notare, in questi giorni, quanta differenza c’è tra il nostro milione di euro (voglio essere audace: ci arriveremo, credo e spero, per la Giornata della Sla) e i cento milioni di dollari a cui arriveranno in America. C’è una differenza fondamentale, tra noi e l’America. Quella differenza siete voi, patetiche teste di cazzo”.

Quella che Dini propone come obiezione nel merito secondo me è l’unica che ha senso di fare: cioè è giusto raccogliere così tanto per la SLA mentre invece trascurare ad altre patologie altrettanto importanti che affliggono molte altre persone ma che non riescono ad emergere?

Nei giorni scorsi, come riporta  Massimo Sandal in questo articolo oggi su Wired.it (che vi consiglio di leggere attentamente perchè spiega bene alcune dinamiche nel sistema della raccolta fondi) è  uscito questo grafico che, abbastanza cinicamente,  confronta i soldi accumulati da varie iniziative virali di beneficenza, contro il numero di morti che effettivamente causano le malattie finanziate.

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Analizzando questo grafico (riduttivo e anche superificale perchè non tiene conto del fatto che  ci sono malattie che pur non portando necessariamente alla morte come conseguenza immediata procurano profondi stato di disagio che meritano comunque  attenzione) e  approfondendo la questione con il contributo che  uno studio Usa che messo in correlazione disabilità e fondi ricevuti, Sandal arriva  alla conclusione che l’ago della bilancia nella raccolta fondi è dato dal marketing e conseguentemente anche dalla comunicazione.

“[…] Mentre una volta la raccolta fondi era gestita quasi esclusivamente dai ministeri, dagli anni ’80-’90, le associazioni più organizzate e più capaci di farsi sentire hanno avuto un impatto sempre più profondo. Con effetti socialmente e politicamente non entusiasmanti. Uno studio su come il lobbying delle varie agenzie abbia influito sulla allocazione dei fondi dichiara:

“Usando dati su 53 malattie lungo 19 anni, ho trovato che le malattie con i pazienti più organizzati si sono assicurate forti aumenti nei fondi per la ricerca. Esistono dati che suggeriscono che malattie più comuni tra donne e neri tendono a essere pubblicizzate meno, e man mano che la propaganda per i finanziamenti alle malattie è diventata sempre più influente, la distribuzione dei fondi ha abbandonato queste malattie.”

Il marketing non è un buon modo per allocare risorse per la ricerca medica: le malattie peggiori non sono necessariamente quelle più cool. Iniziative come l’Ice Bucket Challenge sono tanto moralmente encomiabili quanto pragmaticamente discutibili, e questo non perchè non funzionino -hanno permesso di raccogliere milioni in pochi giorni- ma perchè rischiano di scollare la raccolta fondi dalla necessità reale.

C’è da dire che probabilmente, senza Ice Bucket Challenge, quei soldi sarebbero semplicemente rimasti nelle nostre tasche, per scopi infinitamente più futili. Verissimo, e meglio spendere soldi per una beneficenza di qualunque tipo che non spenderli per niente – alla fine ho donato anche io per la SLA, e non l’avrei fatto probabilmente senza la campagna virale intorno. Ma il prossimo anno, perchè non fare una campagna per raccogliere fondi per la ricerca, in generale, e distribuirli poi con maggior criterio? Per esempio, una campagna per finanziare meglio malattie importanti che oggi sono sottofinanziate? La prossima volta che volete donare qualcosa, e non sapete a chi, date un’occhiata a questo articolo”.

Insomma a quanto pare  come si comunica conta, e parecchio, anche se si tratta “solo” di beneficenza! Che ne pensate?

 

Eidostweet: le critiche come in tutte le cose, se costruttive aiutano a crescere e ad aprire un dibattito. Se fatte senza cognizione sono solo parole..

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