Sweat Shop. Il docu-reality che svelo lo scandalo!

Altro caso denuncia nel settore della moda low cost.

Davvero non lo sapevamo? Davvero, in fondo in fondo, il nostro sesto senso non ci suggeriva che capi alla moda a meno di 5 euro fossero in realtà un abuso della mano d’opera?

A quanto pare gli inserti in pelle, tanto di moda in questa stagione, ci hanno offuscato la mente!

Stoccolma. Capitale del freddo e casa madre di H&M, al secolo Hennes & Mauritz, lo scenario di questo scandalo.
Anniken Jørgensen la protagonista.

Si chiama Sweat Shop il docu-reality realizzato dal quotidiano norvegese Aftenposten, nato per raccontare come e dove vengono prodotti gli abiti venduti da una delle più grandi catene di negozi di abbigliamento “low cost”, il colosso svedese H&M.

Tre giovani fashion blogger sono state inviate in Cambogia – uno dei paesi dove l’azienda produce la maggior parte dei capi – e per un mese hanno vissuto a stretto contatto con i lavoratori dei laboratori tessili dove vengono realizzati gli abiti, vivendo nelle loro stesse condizioni, tra alloggi fatiscenti e turni di lavoro massacranti.

Il risultato?

Anniken Jørgensen, 17 anni, una delle tre blogger che ha partecipato al reality, ha deciso di raccontare la verità, intraprendendo da sola una campagna per far conoscere al mondo le reali condizioni dei lavoratori tessili cambogiani.
Alle altre infatti era stato chiesto di omettere molte cose.
Per mesi, nonostante le obiezioni delle tre blogger, il quotidiano è riuscito a mantenere il silenzio, fino a un paio di mesi fa, quando Anniken ha deciso di parlare “da sola”.
La ragazza non ha avuto paura e si è scontrata con il colosso svedese cominciando a fare i nomi delle aziende coinvolte nello sfruttamento degli operai. Situazioni raccontate sul blog che erano state accuratamente censurate anche dallo stesso Aftenposten:

“È incredibilmente frustrante che una grande catena di abbigliamento abbia così tanto potere da spaventare e condizionare il più importante quotidiano della Norvegia. Non c’è da meravigliarsi: il mondo è così. Ho sempre pensato che nel mio paese ci fosse libertà di espressione. Mi sbagliavo.”

 

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