Internet è la risposta?

Lunedì sera a Piazza Pulita, la trasmissione condotta da Corrado Formigli su LA7, c’è stato dopo molto tempo il primo confronto pubblico “civile” tra Uber e i taxisti.

Ospiti in studio infatti Benedetta Arese Lucini, country manager per l’Italia di Uber, e un rappresentante dei taxisti.

Non entrando nel merito della questione su chi abbia ragione o torto (da fruitore personalmente  trovo Uber un servizio fantastico che sta proponendo una soluzione alternativa all’interno della mobilità urbana di tante città, e che dovrebbe essere vissuto a mio avviso dai taxisti più che come minaccia, come ulteriore stimolo a migliorare, innovarsi ed essere più vicino ai consumatori…seppur d’altro canto posso capire il malcontento dei taxisti non condividendo però i modi con cui hanno portato avanti la protesta con attacchi personali fuori luogo che poco giovano alla loro causa), ho seguito sia la trasmissione che il live tweeting e tra i tanti tweet mi sono imbattuto in un articolo sul tema dell’economia digitale, di cui Uber è solo uno degli ultimi rappresentanti, che diciamo mi ha fatto molto riflettere aprendo una visione differente, critica ed interessante.

Le nuove realtà del del mondo digitale vengono considerate mezzi in grado, oltre che di rivoluzionare modelli di consumo, anche di creare al contempo nuovi nuove opportunità di lavoro per quanti ad esempio un lavoro non ce l’hanno o che si trovano in difficoltà. Verissimo!! Ma a quale prezzo? Ed è proprio così?

L’articolo in questione, scritto da Nicola di Turi è apparso su Wired.it, ed è un’intervista a Andrew Keen, autore londinese trapiantato negli Stati Uniti sostenitore critico del mondo web e di come è diventato, che ha presentato poco tempo fa a Milano Il suo ultimo libro Internet non è la risposta.

L’intervista cerca di indagare sul rapporto esistente tra internet ed economia, facendo luce sulle conseguenze che può creare, con un “attacco” i colossi di internettiani della Silicon Valley. Ecco di seguito l’articolo. Buona lettura.

“Ci sono molti dati, nel nuovo libro di Andrew Keen. Alcuni, però, colpiscono più di altri. Prendete il 2012 e, sarebbe proprio il caso di dirlo, scattate un’istantanea. Negli Stati Uniti, Kodak presenta istanza di fallimento, chiude 13 fabbriche e 130 laboratori, è costretta a licenziare 145mila operai, lasciandone altri 50mila senza pensione. Nel frattempo, Facebook acquista Instagram, startup con 13 impiegati in un piccolo ufficio nel centro di San Francisco. Instagram costa 1 miliardo di dollari a Facebook. Kodak, prima del fallimento, valeva 31 miliardi. Oggi Instagram conta più di 300 milioni di utenti registrati, che postano foto geolocalizzate da tutto il mondo, gratuitamente. Tra il 2000 e il 2012, invece, il numero dei fotografi e artisti che lavoravano nelle redazioni dei quotidiani statunitensi è passato da 6.171 a 3.493, il 43% in meno. Clic.

Non sono un luddista, né un avversario della tecnologia. Ma gli esempi che riporto nel libro dimostrano come la nostra economia venga spinta sull’orlo del fallimento prima gradualmente e poi all’improvviso dall’uragano in arrivo dalla Silicon Valley”, spiega a Wired Andrew Keen. In Italia per il ciclo di incontri Meet the Media Guru, Keen ha presentato a Milano la scorsa settimana Internet non è la risposta, appena pubblicato da Egea. Scrittore e imprenditore, Andrew Keen è stato definito dalla rivista GQ come “uno dei 100 uomini più connessi al mondo”. Oggi è direttore esecutivo di FutureCast, e in Italia ha già pubblicato Vertigine digitaleFragilità e disorientamento da social media (Egea).

In economia i miracoli non esistono. Internet distrugge posti di lavoro e mette in crisi la classe media. Cresce invece il potere esorbitante delle nuove oligarchie plutocratiche, ovvero le menti dietro al boom della Silicon Valley. Mark Zuckerberg, Larry Page e Jeff Bezos potevano comprare da soli la Grecia e il suo debito. Sono persone intelligenti, che hanno saputo costruire il loro successo, ma dobbiamo riconoscere che gran parte del valore creato non è stato distribuito. La risposta? Più competizione e meno concentrazioni, ragiona Keen. Serve a poco porre sull’altro piatto della bilancia i dati delle principali istituzioni mondiali, che dimostrano come la povertà mondiale si sia dimezzata, con cinque anni di anticipo rispetto agli obiettivi fissati. O ancora che i consumatori, sicuramente poco attenti alla visione globale dell’economia, siano invece parecchio felici di godere del crollo delle tariffe per telefonate, messaggi e Internet.

Non sono d’accordo, perché anche se oggi WhatsApp o altri servizi sono essenzialmente gratuiti e senza un modello di business, presto o tardi dovranno dirci come fanno i soldi. Inoltre, in cambio di un servizio gratuito, noi cittadini concediamo i nostri dati personali e alimentiamo le loro opportunità di fare profitti con i contenuti che generiamo gratis per loro”, ribatte l’autore anglosassone. Altroché economia della condivisione, insomma. Secondo Andrew Keen “Internet oggi è ancora sostanzialmente un posto dove solo in pochi riescono a fare soldi. Come ripete Jeremy Rifkin, la sharing economy è speculativa almeno quanto l’economia classica”.

Incuriositi dalla sua posizione critica su selfie e cultura del narcisismo, invece, chiediamo a Keen un paragone con il Rinascimento. Non è forse vero che Signori e Sovrani, già secoli fa, commissionavano ritratti e opere che li raffigurassero in pose felici, e location invidiabili? Non vorremo certo opporci alla democratizzazione del selfie, abolendo un privilegio finora appannaggio delle elites.

L’autoritratto per tutti è un diritto democratico fino a un certo punto. Se le persone vanno ad Auschwitz e fotografano i forni, creano memoria collettiva e condivisa. Se fotografano se stesse in cucina, alimentano il culto dell’individuo e la frammentazione della società. Senza dimenticare che se prima il Sovrano commissionava un’opera e pagava uno come Rembrandt, oggi siamo noi che paghiamo per acquistare lo smartphone e il traffico, per regalare gratuitamente a Instagram i nostri dati personali, oltre a pose e paesaggi”, obietta l’autore anglosassone. L’occupazione, le economie di scala, le concessioni che gli utenti fanno ai colossi del web.

La chiacchierata con Andrew Keen volge al termine, così dopo le intemerate contro il modello di business dei colossi del web, chiediamo all’autore la sua ricetta per rendere Internet profittevole per molti, se non tutti. “La Rete mi piace, ma per far lavorare meglio i mercati, le concentrazioni vanno osteggiate ovunque, anche online. Più antitrust, più legiferazione dei governi sulla protezione dei nostri dati. La risposta è politica, e non è sicuramente smettere di usare internet. Intanto, però, potremmo smettere di illuderci che la rivoluzione digitale risolva le disuguaglianze. Non auspico un ritorno del socialismo europeo, ma serve molto più bilanciamento del potere di cui dispongono Google e gli altri”.

Eidostweet: Internet è davvero la risposta?

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