Si celebra Sandokan a 40 anni dalla messa in onda.

Avviso ai lettori chi ha meno di 45/50 anni giudicherà questo articolo il solito melenso amarcord. E’ vero lo è. Ma l’occasione mi ha evocato una serie di ricordi che hanno segnato un’epoca televisiva.

Il Roma Fiction Fest 2015 alla vigilia del quarantennale della messa in onda di Sandokan, rende omaggio domani al regista Sergio Sollima, con una maratona dello sceneggiato e la reunion dei protagonisti di quell’avventura che segnò la mia infanzia e non solo la mia.

Sandokan fu lo sceneggiato in costume  più esotico dell’epoca, quello che segnò il linguaggio “ma chi ti credi di essere la pirla di Labuan” era l’epiteto preferito da grandi e meno grandi per apostrofare donne che “se la tiravano”, i malfattori più efferati adottarono il nome di Sandokan e fu certamente un effetto della tv e non dei romanzi di Salgari. Alzi la mano chi nei carnevali di quegli anni non si vestì o non ebbe un amico vestito come uno dei personaggi della saga. e infine Ttutti volevano un amico come Janez.

Io avevo 11 anni quando Sandokan arrivò sugli schermi e segnò una generazione di bambine e bambine, io ricordo la mia passione per Janez che con il suo disincanto e la sua ironia mi era molto più simpatico di Sandokan, di fatto un bestione dallo sguardo fisso che per inseguire il sogno multietnico con la Perla di Labuan rischiava la vita ogni minuto. La ragazza una  svenevole inglesina non mi piaceva per niente, la trovavo noiosa e a quell’età il romanticismo non era ancora nella mie corde. Ricordo che mi faceva paura Adolfo Celi il Governatore cattivo e che la scena dello scontro con la tigre non mi fece dormire per giorni. La puntata in cui con doppio salto mortale, Sandokan sfida la tigre (una specie di trasfigurazione del proprio io che gli si era ribellato) con il coltello che le squarcia la pancia lo ricordo con il cuore in gola.  Vedevo le puntate con mio padre, appassionato di Salgari e nemico della Tv. E’ stata  tra le poche cose che abbiamo visto insieme, insieme a Belfagor e dopo molti anni Dallas (ma quella era una altra storia, credo gli piacesse Sue Ellen).

All’epoca, di come fosse fatta l’India non avevamo la più pallida idea, la Malesia era una roba da romanzi, appunto, e questo ci trasportò in un mondo che era pura fiaba, anche se come possiamo leggere in questo articolo del corriere  il regista volle girare nei luoghi reali dove si erano svolte le avventure immaginate da Salgari (quando scoprii che lo scrittore non era mai stato in quei luoghi ci rimasi all’inizio malissimo, ma diede ai miei occhi un fascino assoluto al mestiere dello scrittore).

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