Come ti creo una bufala

1Oggigiorno distinguere un’informazione vera da una falsa è sempre più difficile. Nel mondo attuale dei media infatti vero e verosimile spesso si sovrappongono con conseguenze non indifferenti nel sentire comune e nel processo di creazione di opinioni e di idee.

In rete e sui giornali accade (e a parer mio oggi sempre di più) di trovarsi di fronte a cosiddette “bufale”, notizie false, inventate, non verificate o solo parzialmente vere, che vengono diffuse in diversi modi (i social sono a tal proposito uno dei canali “preferiti” e più fertili a causa anche di una fruizione spesso superficiale e non approfondita) arrivando in molti casi a sedimentarsi nell’opinione pubblica alla stregua di notizie vere.

Ma come nascono queste bufale? Quali sono le dinamiche che si nascondono dietro la loro creazione? Marco Cobianchi, giornalista economico di Panorama, in un post molto interessante sulla sua pagina facebook  ha provato a descriverne il percorso dal punto di vista giornalistico, dalla creazione alla diffusione, partendo da un esempio che fa riferimento ad un tema di grande attualità: la sicurezza in una città come Milano. Di seguito il post:

“Adesso provo a spiegarvi come nasce una bufala. Generalmente la bufala non è intenzionale, nel senso che una persona, un giornalista, non “vuole” scrivere quella che lui sa essere una bufala (tranne i mascalzoni, ma quello è un altro discorso). La cosa è un po’ diversa. Facciamo un caso di scuola. Diciamo che un giorno, uno di questi giorni, il mio direttore mi ordina di scrivere un pezzo sulla sicurezza a Milano. Io faccio cento telefonate e (succede) non riesco a cavare una notizia che sia una. Allora mi metto a scrivere un pezzo di maniera, con un po’ di cose che ho sentito, un po’ le ho lette, eccetera. Alla fine chiamo quella che ritengo la mia fonte principale che però per tutto il giorno ha avuto il telefono staccato: un vicequestore che conosco da anni e del quale sono riuscito a conquistare la fiducia.

“Se c’è qualcosa di nuovo, lui certamente me la racconta”, penso tra me e me. Lo chiamo (sono ormai le sei di sera) e lui, finalmente, mi risponde ma purtroppo non può stare troppo al telefono: “Guarda, adesso proprio no, sono incasinato”. “Cosa stai facendo”, lo incalzo. “Stiamo controllando un gruppo di immigrati”. “Ah, e come mai? Ma dove sei?” chiedo. “In Duomo… ma niente… hanno una borsa enorme e gli abbiamo chiesto di aprirla per farci vedere… stavano entrando in metropolitana e una borsa così non ci passa dai tornelli. Adesso, però scusa, ci sentiamo domani che sono di turno”. A quel punto infilo dentro al pezzo che i controlli sono molto stringenti, tanto che la polizia, ieri, ha controllato un gruppo di immigrati che stavano entrando nella stazione Duomo della metropolitana di Milano portandosi dietro una borsa enorme. 

A quel punto il mio caporedattore legge l’articolo e, visto che altre informazioni non ce n’erano, decide di titolare proprio su quell’episodio e magari mi chiama per insultarmi dicendo che quella era la notizia e l’avevo messa in fondo al pezzo invece di metterla in cima. Io gli rispondo: “Guarda, era solo un controllo, non mi sembra così fondamentale, ne faranno migliaia al giorno”. Lui, dopo avermi ordinato di richiamare la mia fonte (che, causalmente non risponde più) titola: “Controlli a tappeto, in Duomo fermato un gruppo di immigrati con una borsa sospetta”. Il giorno dopo il mio pezzo viene letto nelle rassegne stampa del mattino in tv. Immediatamente si scatenano i colleghi. Quelli amici (ma “amici-amici”) mi chiamano e mi chiedono il per come e il per quando e io gli dico: “Guarda che era solo un controllo…”. Ma niente: loro iniziano a telefonare a destra e a manca per capire che fine avesse fatto quel controllo, come fosse andato a finire. E lo fanno perché i loro capiredattori, che hanno letto il mio articolo, gli hanno ordinato di approfondire la vicenda.
Nello stesso momento qualcuno posta il link all’articolo (o la foto del pezzo) su Facebook aggiungendo un commento o un titolo, del tipo: “Ecco! Milano non è sicura!”. Un altro lo condivide aggiungendo: “La metropolitana del Duomo è a rischio!”. Nei commenti si leggono cose del tipo: “Io non prendo più la metropolitana, anzi, nemmeno i tram”. Su Twitter qualcuno rilancia il link con il commento: “E Alfano cosa fa? ‪#‎Alfanodimettiti‬”.
Parte il circo: c’è chi lo posta sul gruppo della Lega, altri sul profilo di Salvini, finisce sui gruppi dei 5Stelle e di Forza Italia, altri lo postano su qualche associazione di commercianti del Duomo e alla fine della giornata, il mio pezzo diventa oggetto di un’interrogazione dei consiglieri d’opposizione in Consiglio Comunale che chiedono le dimissioni del sindaco e di tutta la giunta. E, visto che ci sono, anche del Questore.
Così un’informazione vera, si trasforma in un delirio collettivo che prende la forma di una vera e propria bufala, anche se all’origine non lo era affatto. Per cui capisco i colleghi che, certi di scrivere una cosa vera, si vedono trasformati in propalatori di minchiate, ma la colpa non è loro. E’ di un sistema dell’informazione malato. Malato di internet.

P.S. Nel primo pomeriggio mi chiama il mio amico vicequestore che mi manda al diavolo dicendo che credeva che io fossi una persona seria e invece ho voluto creare un caso per fare un titolo ad effetto. “Di controlli così ne faremo migliaia al giorno!”, mi urla prima di sbattermi il telefono in faccia”.

Eidostweet: è il sistema dell’informazione ad essere malato o anche i lettori hanno le loro responsabilità?

 

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