The Dressmaker. Il diavolo veste curvy.

Oggi al Bar Apocalyptic di Eidos, Alberta Schiatti, copywriter mai pentita, ci racconta l’incontro con le morbide curve di Kate Winslet dal suo punto di vista di perfetta fisicata!

Guardando il bel film australiano The Dressmaker, bello e sorprendente, con subitanee deviazione di trama e di genere sparse qua e là a tradimento, quasi senza accorgermene venivo pervasa poco a poco da una sensazione inusuale: piano piano la tensione muscolare, la determinazione al mantenimento della forma fisica, alla tenuta della performance che domina e talvolta affligge noi sportive “over anta”, il perenne conto calorico e la teoria molecolare degli alimenti (mai assumere carboidrati alla sera! Sei pazza??) lasciavano il posto a una certa rilassatezza, a una sensuale mollezza, che verso la metà della pellicola si è andata incanalando proprio in quel punto che si trova tra le papille gustative e l’esofago e che potrei definire arditamente “fame” e ancor più precisamente “gola”.
Colpa dell’infida Kate-Tilly stilista emigrate a Parigi, che ritorna nel natìo villaggio dell’outback australiano poco dissimile dal luogo sperduto del sensualissimo Lezioni di piano, in the middle of nowhere insomma, con un carico di rancori da placare e vendetta da ottenere, ma anche con valige e valige di stoffe e accessori con i quali in breve avvolge, valorizzandole, tutte le donne del villaggio, con un effetto prima-dopo davvero strabiliante. Il fatto è che a partire dalla protagonista quasi tutte le partecipanti all’operazione bruco-farfalla erano davvero molto ben in carne. E quindi, noi spettatrici, fiere detentrici di masse grasse al confine con la mono-cifra, ci siamo a poco a poco sentite avvolte da una morbidezza di curve davvero conturbante. Tutta quella carne straripante avvolta in sete e chiffon da sogno, quei seni e quei sederi esibiti con grande sensualità, la pienezza di tutte quelle donne (le magre nel film erano solo le molto vecchie, molto brutte, molto cattive o molto malate) , mi ha riportato ai tempi in cui con l’arrivo della Domenica si pregustavano le meringhe con la panna che ci aspettavano dalla nonna, e non la salita del Ghisallo fatta ad una media un po’ più alta della volta prima. In cui era frequente la spaghettata di mezzanotte, accompagnata da fiumi di vino. E la cioccolata calda a fine giornata di sci, quando ancora non c’erano le barrette proteiche o il gel “endurance”. E a pensarci bene non c’era neanche l’endurance. Quando le donne belle erano tutte così, morbide, e carnose, fasciate in abiti femminili, in stoffe impalpabili come pesche nella loro buccia. Come la bellissima Kate-Tilly e le sue concittadine. E mi sono chiesta se non potrebbe essere quello un modo di combattere l’ideologia anoressica, senza proclami o leggi che vietino le 38 o ormai anche le 36 (“Tesoro! Ma non lo sai che la 38 è la nuova 44!! Esclamava l’ineguagliabile Stanley Tucci-Nigel ne Il Diavolo veste Prada) e prediligere invece nei casting di film, pubblicità, moda e qualsiasi forma espressiva che preveda corpi umani, le donne così, morbide, e “tante”, valorizzandole come fa questo film.
Va, bè, adesso vado in palestra, ho un programma da rispettare.
E dopo, barretta. Rigorosamente proteica.

Grazie di essere passata al Bar e aver scritto per noi a Alberta Schiatti,  Alberta Turbolenta Schiatti, creativa sempre in sella. A volte turbo, più spesso lenta, comunque contenta del proprio equilibrio instabile.  Secondo la definizione di se stessa : Creative and Communication Consultant @Not Combing Dolls. Previously @S&S. Cyclist. Cook. Mom.

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