ma li leggiamo i post che condividiamo?

pare di no.

Lo dice uno  studio autorevole condotto da alcuni informatici della Columbia University e del French National Institute, il 59 per cento dei link condivisi sui social network in realtà non sono mai stati aperti.

Forse lo abbiamo già tutti sperimentato e sospettato sulle nostre bacheche di Facebook.

Ho trovato interessante l’esperimento recentemente fatto da un sito  di news umoristiche Science Post ha pubblicato un “lorem ipsum”, un testo riempitivo senza significato, dal titolo inquietante: «Secondo uno studio il 70 per cento degli utenti di Facebook prima di commentare gli articoli di scienza legge solo il titolo». L’articolo è stato condiviso da quasi 46mila persone, alcune delle quali lo hanno preso sul serio, dando un esempio (forse) involontario di come la vita imiti la commedia.

E’ solo un esempio che mi serve per riflettere su come le opinioni oggi si formino sempre di più su un titolo, a volte su un riassunto di poche righe che a sua volta è la sintesi di un lettore magari distratto, e così la digitalizzazione che ci permette il sapere immenso diffuso si trova a restringere invece il campo delle informazioni con l’aiuto degli algoritmi che ci seguono e ci impostano a secondo gli interessi soggettivi bacheche piene di suggerimenti in base alle ricerche e alle preferenze dei nostri temibili mi piace.

Stiamo ancora ubriacandoci di un mondo senza confini senza renderci conto che l’immenso del web, esattamente come una vera ragnatela, ci imbriglia in pochissime informazioni, tutte generate dai nostri movimenti digitali. Che sia Twitter o Fb o Instagram o LinkedIn le notizie che ci appaiono sono davvero poche e ben lontane dalla completezza di una foliazione di un quotidiano quando, per cercare una notizia di cronaca locale, dovevamo sfogliare e passare lo sguardo su fatti internazionali, notizie di politica interna o cronache nazionali.

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Oggi lo studio americano dimostra anche che siamo più disposti a condividere notizie piuttosto che leggerle. Mi domando: è l’effetto bar ? passaparola, pettegolezzo non verificato, riempirsi la bocca? E’ l’effetto di questa impazienza che sembra cogliere la fascia dei baby boomer più di altri in cui dobbiamo dimostrare di stare al passo con l’accelerazione digitale senza capire che nessuno ci legge e ci giudica di più di prima.

I ricercatori sono arrivati anche ad altre interessanti osservazioni. Nella maggior parte dei casi, le notizie venivano aperte a partire da link diffusi da utenti di Twitter comuni, e non dagli account dei giornali che le avevano pubblicate. Di questi, il 90 per cento dei link effettivamente aperti su Twitter portavano solo a un piccolo gruppo di articoli, che rappresentava solo il 9 per cento di tutti quelli condivisi. I link aperti dagli utenti, inoltre, erano molto più vecchi di quanto ci si potrebbe aspettare: in alcuni casi rimandavano a notizie pubblicate già da diversi giorni. La cosa più interessante rimane però l’abitudine a condividere articoli senza averli aperti, che la dice lunga sul pozzo nero spesso demoralizzante che è la cultura di Internet. A questa tendenza si possono attribuire in gran parte fenomeni come la crescita dello sharebait (cioè l’uso di toni esagerati e allusivi come esca per spingere gli utenti a condividere un contenuto, una specie di evoluzione del clickbait), la tendenza generale dei media tradizionali che stanno diventando sempre più simili a BuzzFeed, la diffusione delle bufale su Internet – che sembra rafforzarsi sempre di più – e la mancanza più totale di un dibattito intelligente su Internet intorno a qualsiasi argomento anche solo lontanamente complesso o controverso.

È stato proprio questo, tra l’altro, a dare a Science Post l’ispirazione per l’articolo con il “lorem ipsum”. Il direttore del sito, che scrive in forma anonima, ha raccontato al Washington Post che si era stancato di vedere così tante fesserie equivocate, riportate in modo sbagliato o semplicemente inventate che la gente posta allegramente su Internet. Science Post è gestito da professori e medici – ha spiegato il direttore del sito – che soffrono nel vedere la diffusione della cattiva informazione. Per loro sfortuna – e, a dire il vero, per quella di tutti noi – questa tendenza non sembra destinata a scomparire.(fonte :Linkiesta)

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