Una diretta da Istanbul.

Dire qualcosa di sensato su Istanbul stamattina è davvero difficile, se non esprimere il proprio sgomento, angoscia, dolore uniti a tutto il repertorio dei sentimenti legati alla paura.

Ieri, come molti,  ho seguito l’avvicendarsi delle notizie seguendo più Twitter che la Tv che esaurita la notizia e la circolazione dei video ripetuti sempre uguali come colonna visiva della notizia non aveva più nessuna funzione. Tra i tweet con l’hastagh #Istanbul mi sono imbattuta nei tweet  di Steven Nabil, un giornalista americano di origini irachene, ma che ieri sera era solo uno sfortunato finito in un incubo mentre tornava dal suo viaggio di nozze e che twittava impaurito dall’aeroporto di Istanbul mentre accadevano i fatti. Screenshot 2016-06-29 10.36.35.png

Molta gente solidarizzava con lui, cercava di confortalo. Ma a colpirmi è stato il numero di giornalisti dei più importanti network americani e anglosassoni che chiedevano di poterlo intervistare, chiedevano il suo numero di telefono, di mettersi in contatto con loro. Non so Steven abbia poi dato seguito alle richieste. Un giornalismo 2.0 che però alla fine, dal chiuso delle nostre stanze di fortunati a non essere lì, mi domando se aggiunge nulla ai fatti se non il trasferimento dell’angoscia in un meccanismo perpetuo.

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Alla fine Steven si è salvato, sua moglie è stata ferita durante l’attacco e la sua storia è stata ripresa da moltissimi media.

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Illustrazione:http://9gag.com/

EidosTweet: se a un uomo venisse concessa la possibilità di un unico sguardo sul mondo, è Istanbul che dovrebbe guardare (A. De Lamartine)

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