“KIDS FOR PRIVACY”: PUÒ UN HASHTAG METTERE IN PERICOLO I BAMBINI?

L’introduzione del nuovo GDPR- il nuovo regolamento sul trattamento dei dati personali che entrerà in vigore il 25 Maggio- ha monopolizzato l’attenzione dei media e promette già da adesso di essere oggetto di dibattito e riflessione ancora per molto tempo.

In questo caos è passata in sordina una campagna digital a mio avviso molto interessante, “KIDS FOR PRIVACY”.

Lanciata dalla Child Rescue Coalition – un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora con le forze dell’ordine per rintracciare, arrestare e perseguire i predatori di bambini- la campagna è rivolta esplicitamente ai genitori e ha l’obiettivo di educarli ad evitare la sovraesposizione online dei propri piccoli attraverso la pubblicazione (in buona fede, sia chiaro) di foto e momenti privati come può essere quello del bagnetto. Per la legge social della visibilità, l’utilizzo di hashtag è d’obbligo.. e qui nasce il problema. Quando infatti vengono utilizzati hashtag specifici e di per sé innocui come #bagnettotime o #vasino si collega quella specifica foto a un termine ricercabile. Ricercabile anche da persone con cattive intenzioni che possono così accedere e manipolare contenuti sensibili.

La campagna invita i genitori ad associare gli hashtag incriminati a foto dei propri figli che mostrano cartelli disegnati e colorati con il claim “ Privacy, please”, nascondendone i volti. 

La campagna non vuole assolutamente demonizzare i genitori ma semplicemente ricordare – e queste sono delle regole di buonsenso valide per tutti- che prima di postare qualunque contenuto bisogna riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni e soprattutto che ciò che è online è di dominio pubblico.

Mi domando.. Fino a che punto la legge deve tenere conto del buonsenso e fino a che punto contemplare le eventualità?

Non nego, come già espresso in questo articolo , che il nuovo GDPR sia un importante giro di boa nel panorama normativo, ma ribadisco che le lacune sono ancora tante. Ad esempio, la nuova normativa si è focalizzata su una sola categoria di minori,quelli in età scolare, escludendo del tutto quelli che non possono esprimere nessun tipo di consenso e addirittura essere parte attiva. Certo, viene contemplata la figura del tutore o garante, ma non è specificata in dettaglio la misura in cui questo soggetto giuridico può o deve esercitare la tutela del caso.

Una matassa aggrovigliata che, si spera, dovrà dipanarsi.

Eidostweet : Privacy….. please!

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