ZUCKERBERG: IL BAMBINO SORPRESO ( DI NUOVO) CON LE MANI NEL VASETTO DI MARMELLATA

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio…

Facebook ha ufficialmente confermato di aver stipulato in passato degli accordi commerciali- tutt’ora in vigore- con quattro società cinesi, tra cui spicca Huawei, il famoso colosso gonfiato dai soldi pubblici di Pechino che gli Stati Uniti, vista la veloce diffusione di questi dispositivi a poco prezzo in tutto il mondo, hanno segnalato come “pericolosa” per la loro sicurezza nazionale.

La notizia è interessante perché parliamo di accordi che permettevano a queste società, tra cui anche Amazon e Apple, di accedere ai dati degli utenti di Facebook.

Di nuovo.

Questo scandalo ha riacceso la preoccupazione sui pericoli potenziali legati alla profilazione degli utenti anche per attività politiche o di possibile spionaggio. Il governo Trump, infatti, aveva chiesto di non stringere alcun tipo di accordi tanto che Mark Zuckerberg ha annunciato che questo accordo, ora divenuto di dominio pubblico, verrà interrotto questa settimana.

La notizia merita di essere approfondita anche alla luce di alcune decisioni di Apple che ha confermato l’adozione di nuove misure -che saranno integrate nel prossimo sistema operativo- per impedire a Facebook di profilare il traffico tramite piccoli frammenti di codice, come quelli che permettono di far funzionare i tasti “Like” e “Condividi”.

È una manovra, questa, che può incrinare i rapporti già particolarmente tesi, tra i colossi di Manlo Park e Cupertino. Tim Cook, infatti, aveva già espresso le proprie perplessità sulle attività di Facebook relative al trattamento dei dati personali opponendosi, ad esempio, all’ installazione di backdoor che permettevano alla polizia di accedere ai contenuti di un telefoni bloccato, anche se questo si fosse rilevato essere di un terrorista o un criminale sotto processo.

È fantastico, lo dico con sarcasmo, come tutta questa questione dei dati ci stia letteralmente sfuggendo di mano. Ci stiamo abituando, più o meno coscientemente, al fatto che la nostra vita sia scandita dal disseminare dati in rete che qualcuno raccoglierà per chissà quale fine o dal venire a patti con la gestione di questi dati da parte di algoritmi misteriosi che li analizzano per capire cosa ci piace fare, cosa ci piace vedere e quali sono i nostri gusti.

Il dramma è che l’algoritmo sembra funzionare, cioè permette un ’esperienze utente migliore. Migliore in generale, non necessariamente per noi. Che il futuro che ci racconta Black Mirror -la pluripremiata serie distribuita da Netflix- non sia troppo distante dal nostro presente è certo, anche se ce ne viene presentata l’espressione più nefasta e più tecnologicamente avanzata. I rimandi alla nostra realtà quotidiana sono innumerevoli e, alle volte, fin troppo realistici: non ci resta che chiederci quanto manca al passo finale, quel punto di non ritorno che la serie rappresenta così bene.

 

Eidos Tweet: Dati, pezzetti di codice, linguaggi… benvenuti nell’era dell’algoritmo.

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